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Home  ghostNews  Notizie ed eventi  parashat hashavua 09-05-30
parashat hashavua 09-05-30

I COMMENTI ALLA PARASHAH DELLA SETTIMANA
Parshat hashavuah: Naso
Numeri 6,1 - 7,896 giugno 2009- 14 sivan 5769
Qui (pdfNASO) avete il link con il commento del nostro ex presidente Bruno di Porto, mentre sotto trovate i commenti della URJ, tradotti da Roberto Tonetti, sia quello già distribuito la settimana scorsa sia uno nuovo

Parshat hashavuah: Naso

Numeri 6,1 - 7,89
Haftarah Giudici 13,13-25

6 giugno 2009- 14 sivan 5769

 

 

Dvar Torah


Traduzione dall'inglese di Roberto H. Tonetti


Il risveglio del popolo e l'educazione ebraica
di Elyse Frishman, URJ (http://urj.org)

Chi nuota al largo delle spiagge australiane deve stare attento alle ‘bottiglie azzurre', il soprannome locale per la Physalia utriculus: essa non è una medusa e nemmeno una creatura unica. Si tratta di una combinazione di quattro animali: una vescica azzurra trasparente che galleggia in superficie, dei tentacoli urticanti che si dipartono dalla vescica, dei tentacoli per il cibo e dei polipi maschili e femminili per la riproduzione. Questi organi non sono uniti in una stessa creatura, ma ciascuno è un organismo a sé! Siffatti organismi non potrebbero vivere separatamente, si tratta di una comunità che può esistere solo grazie alla coordinazione dei suoi membri (v. The Paradigm of the Beast, di John N. Bleibtreu [New York: Macmillan Company, 1968], pp. 252-53).

Nella parashah della settimana scorsa, Bamidbar, il popolo d'Israele viene disposto per tribù a difesa dai nemici e a protezione del Mishkan. La parashah Nasoh risolve la questione organizzando i clan di Leviti affinché servano nel Mishkan: i sacerdoti avevano il compito di benedire tutto il popolo e i capitribù portavano doni eguali nel santuario.

La benedizione sacerdotale riuniva l'intera comunità: i doni affermavano la centralità del Mishkan e il valore di ciascuna tribù; nessuna aveva uno status più elevato. Proprio come le bottiglie azzurre la comunità d'Israele esisteva grazie al contributo di tre organismi separati: le persone, le tribù e il Mishkan. Qual era il contributo del Mishkan? Esso simboleggiava la Shekhinah: "Mi costruiscano un santuario affinché Io possa dimorare in mezzo a loro." (Es 25,8)

Il Mishkan divenne così un Monte Sinai portatile, simbolo perenne della Shekhinah divina che vi fu nella Rivelazione: il nostro popolo si stava risvegliando in quanto popolo, comprendendo che il Mishkan, e Dio, li avrebbe sostenuti se loro avessero fatto altrettanto con Dio, e il Mishkan. Senza l'uno anche l'altro sarebbe stato privo di senso e scopo. Questa fu la nostra prima realizzazione del Patto sinaitico.

Ciò spiega perché nel 1994, dopo un lungo studio e dibattito, i capi del movimento Reform statunitense respinsero la domanda d'adesione di una congregazione, che osservava l'Ebraismo "con una prospettiva umanistica", con la seguente motivazione:

La congregazione si ritiene un gruppo ebraico ma la sua liturgia oblitera ogni menzione di Dio sia in ebraico sia in inglese. ... La sua filosofia non ammette Patto né comandamenti. Rav G Plaut, all'epoca presidente del comitato dei Responsa, scrisse: "Possono appartenere alle congregazione dello URJ delle persone con vari gradi di fede e di osservanza, e noi rispettiamo i loro diritti; ma la cosa è diversa se si presentano uniti in una congregazione i cui princìpi espliciti sono diametralmente opposti all'orientamento tradizionale verso Dio che abbiamo noi Ebrei reform." (v. www.faqs.org/faqs/judaism/FAQ/10-Reform/section-16.html).

Credere in Dio è centrale nell'Ebraismo reform, anche se vi possono essere delle incertezze nei singoli Ebrei reform: la bandiera della nostra fede, lo Sehmah, afferma l'unità di Dio e, essenzialmente, che tutti gli enti sono uniti tramite Lui. In questo senso respingere Dio significa respingere la possibilità che tutto sia uno, anche nel senso ebraico di completezza e di pace (radice: SH-L-M). Le tribù che respingessero ciò si allontanerebbero dal Mishkan e andrebbero fuori dall'accamento ebraico. Gli individui non sono respinti tuttavia, poiché scegliendo di essere presenti aderiscono alla visione generale e alla marcia del nostro popolo.

D'altra parte Nasoh si focalizza su due situazioni in cui l'eccesso di individualismo è dannoso: l'adultera (Num 5,11-30) e il nazireo (Num 6,1-21); ciascuno si separa dal popolo in senso egoistico. L'adultera distrugge la famiglia e il nazireo si isola in quanto non celebra e non porta il lutto: forse questo isolazionismo è il motivo per cui egli deve portare un'offerta di espiazione al termine del periodo dei voti. Entrambe queste figure sono autocentriche e egoiste.

Ai nostri ragazzi e ragazze che divengono bene mizvah si ricorda che noi non celebriamo i loro talenti e capacità: queste cose sono anzitutto genetiche e dipendono dalla buona fortuna; ciò che conta è l'applicazione delle loro abilità e ciò dipende soltanto dalla qualità del loro carattere. Di quali attributi spirituali disporranno affinché si volgano al servizio della comunità: o, nelle parole di Torah, al servizio del Mishkan?

Il termine nasoh significa ‘crescere': la presente parashah sottolinea che ciò che ci fa crescere vien fuori dal servizio alla comunità e non da quello al proprio ego! La relazione vitale fra individuo tribù e Mishkan definì il nostro popolo e ci ispira anche oggi.

Rav Elyse Frishman è la guida spirituale del Barnert Temple di Franklin Lakes, New Jersey, USA. È la curatrice del Mishkan T'filah, A Reform Siddur.

 


DAVAR ACHER, Oy vey! Il cimento supremo, di M. N. Bellows

Come dice Rav Frishman la parashah Nasoh comprende una parte sulla presunta adultera: una donna che "fosse traviata e commettesse verso di lui [il marito] l'infedeltà: se qualcuno giacesse con lei carnalmente di nascosto a suo marito e si fosse resa impura, e non vi fosse alcun testimonio contro di lei, ed essa non fosse stata colta in fallo ..." (Num 5,12-13). Il testo descrive in modo vivido un antico rituale che sembra aiutare il sacerdote a capire se la donna è colpevole, o no, di adulterio: lei deve bere una miscela di acqua sacrale e di terra dal pavimento del Tabernacolo. Dalla sua reazione alla bevanda si deduce la sua colpevolezza o innocenza.

Sono sempre stata affascinata e orripilata da questa prova: svolta in pubblico questa prova sembra assai umiliante sia per il marito sia per la moglie implicati. Perché prescrivere un rituale simile per un sospetto caso di adulterio? La nostra tradizione parla molto chiaro nel condannare ogni atto che faccia vergognare un individuo: bushah è la parola ebraica per ‘vergogna' e viene descritta come ‘il viso che si sbianca'. Dato che confondere il prossimo fa sì che il sangue vada via dal suo viso, questa azione è paragonata all'omicidio. Effettivamente, afferma il Talmud, "Chi fa sbiancare in pubblico il viso di un altro, quello non avrà parte nel mondo futuro." (bTalmud, Sanhedrin 107a)

Ricordiamoci di trattare i nostri amici, partner, famigliari e vicini con rispetto, gentilezza e amore: proprio come noi vorremmo essere trattati. Come affermò Rabbi Hillel: "Ciò che tu detesti, non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la Torah." (bTalmud, Shabbat 31a) Nella discussione di quel cimento la Torah prescrive che sia l'uomo sia la donna si assoggettino a quell'atto imbarazzante, specialmente visto che cosa noi pensiamo tradizionalmente della vergogna: essa sembra dunque sottolineare quanto noi si debba essere cauti nel trattare il nostro prossimo in ogni occasione. Piuttosto che causare bushah nei nostri cari dobbiamo portare loro pace, gioia e appagamento!

Rav Marci N. Bellows è un'assistente rabbina del Temple Shaaray Tefila di New York, NY, USA.


Copyright © Union for Reform Judaism 2009

 



Naso I, Numbers 4:21-5:31
Shabbat, May 30, 2009 / 7 Sivan 5769
The Torah: A Modern Commentary, pp. 1,043-1,053 ; Revised Edition , pp. 921-928
The Torah: A Women's Commentary, pp. 814-825
Haftarah, Judges 13:2-12
The Torah: A Moder n Commentary, pp. 1,256-1,257; Revised Edition , pp. 947-948
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D'VAR TORAH |

Awakened as a People, Raised Up as Jews
Elyse Frishman

If you swim off the beaches of Australia, you need to be on the lookout for "blue bottles," an Aussie nickname for the Portuguese man of war. A blue bottle is not a jellyfish nor is it a single creature. It's a siphonophore composed of four different animals: a transparent blue bladder that floats on the surface of the sea; stinging tentacles that hang from this bladder; feeding polyps; and separate male and female reproductive polyps. None of these organs are on the same creature; each is on a distinct creature. Not one of these animals could live apart from the others. The siphonophore is like a community, able to exist only through the coordinated and collective efforts of each member (see The Paradigm of the Beast, John N. Bleibtreu [New York: Macmillan Company, 1968], pp. 252-53).

In last week's parashah, B'midbar, the Israelites are arranged tribally to guard against enemies and to protect the Mishkan . Parashat Naso resolves the same issue through the organization of the Levite clans to attend to the Mishkan . The priests were instructed to bless the entire people. And the tribal chieftans each brought identical gifts for the Mishkan.

The priestly blessing joined the entire community together. The gifts affirmed the centrality of the Mishkan and the worth of each tribe; no tribe had higher status than another. Like a siphonophore, the Israelite community existed because of the contributions of three separate organisms: every person, every tribe, and the Mishkan .

What was the contribution of the Mishkan? The Mishkan symbolized God's Presence. "And let them make Me a sanctuary that I may dwell among them" (Exodus 25:8).

The Mishkan became the portable Mount Sinai, forever symbolic of God's Presence as it had been at Revelation. Our people were awakening as a people . They were awakening to realize that the Mishkan/God would sustain them and that they would sustain God/the Mishkan . Without one, the other would lack meaning and purpose. This was the first actualization of our Sinai covenant.

This explains why, in 1994, after prolonged study and debate, our national Reform leadership rejected the application of a congregation who observed Judaism "with a humanistic perspective," as follows:

The congregation sees itself as a Jewish group, but its liturgy deletes any and all mention of G-d, either in the Hebrew or in English. . . . Their philosophy doesn't admit of either Covenant or commandments. Rabbi Gunther Plaut, chair of the Responsa committee at the time, wrote: "Persons of varying shadings of belief or unbelief, practice or non-practice, may belong to (URJ) congregations as individuals, and we respect their rights. But it is different when they come as a congregation whose declared principles are at fundamental variance with the historic G-d-orientation of Reform Judaism." (See www.faqs.org/faqs/judaism/FAQ/10-Reform/section-16.html.)

Belief in God is core to Reform Judaism-even if individual Reform Jews are uncertain. Our watchword of faith, the Sh'ma, declares the unity of God-essentially, that through God all is united. In this sense, rejection of God is rejection of the possibility of oneness, even of wholeness or peace. Tribes who reject this move themselves away from the Mishkan andoutside the Jewish c. Individuals are not rejected, because by choosing to be present, they choose the overall vision and journey of our people.

In contrast, Naso draws our attention to two situations where pure individualism is damaging: the adulteress (see Numbers 5:11-30) and the Nazirite (see Numbers 6:1-21). Each separates herself or himself from the people in self-centered ways: The adulteress destroys the family. The Nazirite sets herself or himself apart by neither celebrating nor mourning; perhaps this isolationism is why the Nazirite must bring a sin offering at the end of her or his vowed term. Both the adulteress and the Nazirite are self-centered, self-serving.

Our young people becoming b'nei mitzvah are often reminded that what we celebrate are not their talents and abilities; those are primarily genetic, and in that sense, a matter of good fortune. What matters is how they will apply those skills, and that will depend solely on the quality of their character. What spiritual attributes do they have that will steer them toward community service, or in the words of Torah, service of the Mishkan ?

The word naso means "raise up." Parashat Naso emphasizes that what "raises one up" emerges through community service rather than self-service. The symbiotic relationship between individual, tribe, and Mishkan defined our people then and inspires us now.

Rabbi Elyse Frishman is the spiritual leader of The Barnert Temple in Franklin Lakes, New Jersey. She is the editor of Mishkan T'filah, A Reform Siddur.

 

DAVAR ACHER |

Oy Vey! The Ordeal of the Ordeal
Marci N. Bellows

As Rabbi Frishman mentions above, Parashat Naso includes a section that discusses the alleged adulteress-a woman who "has gone astray and broken faith with her husband, in that a man has had carnal relations with her unbeknown to her husband, and she keeps secret the fact that she has defiled herself without being forced, and there is no witness against her" (Numbers 5:12-13). The text vividly describes an ancient ritual that seems to help the priest determine whether or not the wife is indeed guilty of adultery: she drinks a mixture of sacral water and earth from the floor of the Tabernacle, and her reaction to the drink allows for the deduction of her guilt or innocence.

I have always been fascinated and horrified by this ordeal. Performed in public, this trial seems incredibly humiliating to both the husband and wife involved. Why would such a ritual be prescribed for a suspected case of adultery? Our tradition is very clear in its condemnation of any act that causes another person shame. Bushah, the Hebrew word for "shame," is often referred to as the "whitening of one's face." Because embarrassing a fellow human being causes the blood to rush from his or her face, embarrassment is likened to killing that person. In fact, the Talmud states, "One who whitens the face of his fellow in public-he has no share in the world to come" (Babylonian Talmud, Sanhedrin 107a).

We must remember to treat our friends, partners, family members, and neighbors with respect, kindness, and love-just as we would like to be treated. As Rabbi Hillel stated, "What is hateful to you, do not do to your neighbor. That is the whole Torah" (Babylonian Talmud, Shabbat 31a). In discussing the ordeal, Torah's willingness to subject both husband and wife to such an embarrassing act, particularly given our tradition's view of shame, seems only to emphasize how careful our treatment of those closest to us must be at all times. Rather than causing bushah in our loved ones, may we always strive to bring our loved ones peace, joy, and contentment.

Rabbi Marci N. Bellows is an assistant rabbi at Temple Shaaray Tefila, New York, New York.

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Parshat hashavuah: Naso 2°

Numeri 6,1 - 7,89
Haftarah Giudici 13,13-25

6 giugno 2009- 14 sivan 5769
Dvar Torah


Traduzione dall'inglese di Roberto H. Tonetti


Un sacco d'ossa, la bellezza e la benedizione
di Elyse Frishman, URJ (http://urj.org)

Nel giorno in cui terminò la costruzione del Mishkan fu detto ai capitribù di portare delle offerte eguali per ogni tribù al Mishkan (Num 7,10): colpisce il fatto che il comandamento divino di benedire il popolo (Num 6,22-27) preceda queste offerte di doni, come per chiarire che la benedizione sacerdotale fosse del tutto senza condizioni. Dio ci amava.

Dunque non era necessario alcun dono, eppure ne furono portati, perché? Forse perché, sapendo di essere amati, eravamo spinti a contraccambiare quell'amore: eravamo benedetti come popolo e come popolo avremmo contraccambiato quella benedizione con le nostre offerte, tribù per tribù. I doni avrebbero giovato a tutti e senza di essi non vi sarebbe stato alcun rituale di sacrificio. Queste ultime due azioni in Naso erano reciproche: un dono di benedizione per il popolo e un dono di offerta per Dio.

Così i figli d'Israele erano ora organizzati in una ‘comunità sacra', una kehillah kedoshah: si proteggevano a vicenda, proteggevano il Mishkan, offrivano dei doni al Mishkan sotto l'egida della benedizione divina. Quella benedizione sacerdotale è assai possente anche al giorno d'oggi, per noi:

Il Signore parlò a Moshè dicendo così:
Parla a Aron e ai suoi figli e di' loro:
"Così benedirete i figli d'Israele, dicendo loro:
YHVH ti benedica e ti custodisca!
YHVH faccia luce a te e ti doni grazia!
YHVH elevi la Sua faccia a te e ti conceda pace!
Essi invocheranno il Mio nome sui figli d'Israele e Io li benedirò."
(Num 6,22-27)

Rashi, il grande commentatore francese dell'XI sec., era come al solito interessato al senso semplice del testo: Di che cosa trattava? Perché tre versetti? Lui spiegava così: Il primo versetto, YHVH ti benedica e ti custodisca!, offriva protezione materiale. Il secondo, YHVH faccia luce a te e ti doni grazia!, prometteva illuminazione e realizzazione spirituale. Il terzo, YHVH elevi la Sua faccia a te e ti conceda pace!, significava che Dio avrebbe levato la Sua ira verso il popolo (cfr. Rashi su Num 6,22-27). Una volta evitata l'ira divina il popolo avrebbe goduto di una vita equilibrata in senso fisico e spirituale: noi saremmo divenuti integri e introdotti nella pace.

La benedizione è riconoscimento di santità: così siamo santi. È importante che la benedizione sia comunitaria poiché già avevamo le norme per la protezione personale, oltre all'illuminazione e alla pace. L'esercito avrebbe protetto chiunque dagli attacchi esterni; seguendo le mizvot della Torah ciascuno si sarebbe elevato; conferendo delle offerte al Mishkan avremmo controllato l'avidità individuale promuovendo il nostro spirito. Grazie a questi cammini individuali la comunità poteva invero meritare la benedizione, divenendo una kehillah kedoshah. Si sarebbe incoraggiata la crescita personale per il bene comune, insegnando agli individui che la somma è maggiore delle parti; ogni persona sarebbe stata guidata verso il nutrimento più importante: un mondo migliore per tutti, non soltanto per alcuni.

Naso stabilisce che i sacerdoti, chiunque tra loro, offrirà questa benedizione sulla comunità: ciò avrebbe però implicato la pronuncia in pubblico del nome divino segreto, YHVH, e tutti l'avrebbero udito; la tradizione posteriore ci dice che solamente il Sommo sacerdote poteva pronunciare quel nome, a Yom Kippur, nascosto dietro la tenda sacra che proteggeva l'Arca del Patto, e in modo che lui fosse il solo a udirlo. Perché questo mutamento?

Quando la riverenza prevaleva nell'umanità il Nome Ineffabile veniva pronunciato apertamente davanti a tutti, ma dopo il diffondersi dell'irriverenza esso fu nascosto. ... (Zohar Naso 146b)

Quale sarebbe la irriverenza? Forse fu l'abuso del nome divino; forse, come capita tra gli uomini, certi sacerdoti si corruppero e usarono la loro posizione per vantaggi personali. Servendo sé stessi, la pronuncia della benedizione era falsa. Può una comunità essere santa se non lo sono i suoi capi? Un sacerdote assetato di potere riflette l'assoluta irriverenza: come poté manifestarsi ciò?

Zohar Naso 147b ci dà un aneddoto: "Ci fu detto che un sacerdote non amato dal popolo non dovrebbe prendere parte alla benedizione del popolo: in un'occasione, quando un sacerdote si alzò e stese le braccia, prima di completare la benedizione si trasformò in un cumulo di ossa. Ciò gli accadde perché non c'era amore tra lui e il popolo. Allora un altro sacerdote si alzò per pronunciare la benedizione e la giornata si concluse senza danni. Un sacerdote che non ami il popolo, o non sia da questo amato, non può pronunciare la benedizione."

Ho sentito questo racconto da Rav Don Goor: Il Baal Shem Tov fu il fondatore del Chassidismo; il suo nome significa Possessore del Nome buono, ovvero del nome di Dio. Un giorno era in visita a un villaggio e il popolo insisteva perché li benedicesse: l'eccitazione era palpabile e tutti si ammassavano. Guardarono verso di lui in attesa, ma il Baal Shem Tov stava davanti a loro col capo chino e in silenzio. La gente aspettava, ma lui stava zitto. La gente iniziava a inquietarsi: "Benedici la gente!", si udiva; ma ancora, silenzio. Poi il maestro alzò il capo e disse: "Io non posso benedirvi. Per favore, beneditemi. Beneditemi con le vostre azioni e le vostre vite."

Essere responsabile del nome di Dio: così egli comprese le implicazioni della sua custodia, dell'uso e del convivere con esso. Come i sacerdoti che amavano il loro popolo il Baal Shem Tov comprese che la benedizione derivava dalle loro azioni e dal loro carattere, e dal suo apprezzamento della bontà nella vita del suo popolo.

 

Rav Elyse Frishman è la guida spirituale del Barnert Temple di Franklin Lakes, New Jersey, USA. È la curatrice del Mishkan T'filah, A Reform Siddur.


Copyright © Union for Reform Judaism 2009

 

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Naso II , Numbers 6:1-7:89
Shabbat, June 6, 2009 / 14 Sivan 5769
The Torah: A Modern Commentary, pp. 1,058-1,075 ; Revised Edition , pp. 928-945
The Torah: A Women's Commentary, pp. 825-842
Haftarah, Judges 13:13-25
The Torah: A Moder n Commentary, pp.1,257-1,258 ; Revised Edition , pp. 948-949
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D'VAR TORAH |

A Bag of Bones, Beauty, and Blessing
Elyse Frishman

On the day that the Mishkan was fully erected, the princely chieftains were instructed to bring identical tribal offerings to the Mishkan (Numbers 7:10). It is striking that God's instruction to bless the people (Numbers 6:22-27) preceded these gift offerings-as if to make clear that the priestly blessing was completely unconditional. God loved us.

So no gifts were necessary. Yet they were brought. Why? Perhaps because knowing we were loved drew us to return that love. We were blessed as a people; as a people, we would return that blessing with our own offerings, tribe by tribe. The gifts would benefit everyone; without them, there would have been no sacrificial rites. These last two actions in Naso were reciprocal: a gift of blessing for the people, a gift of offering for God.

Thus the Israelites were now organized into a "sacred community," a k'hilah k'doshah : protecting one another, protecting the Mishkan ; offering gifts to the Mishkan , shielded by God's blessing. That priestly blessing is so powerful for us to this day:

The Eternal One spoke to Moses:
Speak to Aaron and his sons:
"Thus shall you bless the people of Israel. Say to them:
YHVH bless you and keep you!
YHVH deal kindly and graciously with you!
YHVH bestow [divine] favor upon you and grant you peace!"
Thus they shall link My name with the people of Israel, and I will bless them.
(Numbers 6:22-27)

The great eleventh-century French commentator, Rashi, as usual, was interested in the simple meaning of the text: What was this about? Why three verses? He explained as follows. The first verse, "YHVH bless you and keep you!," offered material protection; God would watch over us and protect us from harm. The second, "YHVH deal kindly and graciously with you!," promised enlightenment and spiritual fulfillment. The third, "YHVH bestow (divine) favor upon you and grant you peace!," meant that God would suppress His anger toward the people (see Rashi on Numbers 6:22-27). With God's anger averted, the people could be granted a life in physical and spiritual balance that would make us whole, bringing us into peace.

Blessing acknowledges holiness: thus we are holy. That this blessing is communal is important because we had already been given instructions for personal protection, enlightenment, and peace. The army would protect everyone from outside attack. Following the mitzvot of Torah would elevate each person. Bringing offerings to the Mishkan would check one's greed and promote one's spirit. Because of these individual pathways, the community could be, and would be, worthy of blessing. The community would become a k'hilah k'doshah . It would encourage personal growth for the sake of the whole, teaching the individual that the sum is greater than the parts. It would guide each person toward the most important nourishment of all-a better world for all, not just for some.

Naso states that the priest-any priest-will offer this blessing upon the community. Yet this meant uttering God's secret name YHVH publicly so all would hear it; later tradition held that only the High Priest was permitted to pronounce the name, on Yom Kippur, hidden behind the sacred curtain protecting the Ark of the Covenant, audible to his ears alone. Why the change?

When reverence was prevalent among humankind, the Ineffable Name was openly enunciated in the hearing of all, but after irreverence became widespread it was concealed . . . ( Zohar Naso 146b)

What "irreverence"? Perhaps it was the abuse of God's name. Perhaps, as happens to so many human beings, individual priests became corrupt and used their position for personal advantage. Serving themselves, their pronouncement of the blessing was false. Can a community be holy if its leaders are not? A power-driven priest reflected irreverence absolute. How might this have been evident?

Zohar Naso 147b offers an anecdote: "We are told that a priest not beloved by the people ought not to take part in blessing the people. On one occasion, when a priest went up and spread forth his hands, before he completed the blessing he turned into a heap of bones. This happened to him because there was no love between him and the people. Then another priest went up and pronounced the blessing and so the day passed without harm. A priest who loves not the people or whom they love not may not pronounce the blessing."

I heard this story from Rabbi Don Goor: The Baal Shem Tov was the founder of Chasidism; his name meant "Master of the Good Name," of God's name. He was visiting a village, and the people clamored for him to bless them. The excitement was palpable as everyone gathered together. They looked up to him and waited. But the Baal Shem Tov stood before them with his head bowed, silent. The people waited. He was silent. People became restless; "Bless us!" someone called out. Still, there was silence. Then the Baal Shem Tov lifted his head and said, "I cannot bless you. Please, bless me. Bless me with your deeds and your lives."

To be responsible for God's name, he understood the implications of guarding it, using it, and living by it. Like the priest who loved his people, the Baal Shem Tov understood that blessing derived from his own deeds and character, and from his appreciation of the goodness in the lives of his people.


Rabbi Elyse Frishman is the spiritual leader of The Barnert Temple in Franklin Lakes, New Jersey. She is the editor of Mishkan T'filah, A Reform Siddur.


DAVAR ACHER |

Pursuing the Common Good after the Collapse
Jonah Dov Pesner

Rabbi Frishman makes a profoundly important argument at a critical moment of crisis in America and across the world. As we face the worst economic collapse since the Depression, she reminds us of a key principle of Jewish tradition: in a k'hilah k'doshah, "a sacred community," the individual understands that the sum is greater than the parts . Judaism has always argued that our obligations, "mitzvot," do not serve the limited end of individual happiness alone; rather, they are the acts upon which we depend for the sake of the common good.

The Jewish historic focus on community is first ratified at the Sinaitic encounter, during which the hundreds of thousands of individual voices all spoke in startling unity, "All that the Eternal has spoken we will faithfully do" (Exodus 24:7); it is then actualized with the building of the Tabernacle-the first post-Sinai activity of the Israelites (Exodus 35:4-39:43). This week, we continue reading the story of our people's journey through the wilderness; it is a story of nation-building, not personal fulfillment.

As American Jews, especially living in this particular moment in time, we feel keenly the tension between individual ambition and communal responsibility. Since 1980, the dominant theme of American culture became a disdain for government and the decline of voluntary associations (see Robert D. Putnam, Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community [New York: Simon &; Schuster, 2000]). A fundamental assumption took hold: the unfettered free market would solve all our problems. Our cars, houses, and credit card bills only grew larger as private consumption became the driving force of our national behavior.

The economic collapse of 2009 challenges all our assumptions of the primacy of the free market and to leads us consider the role of individual greed in sabotaging the common good. Rabbi Frishman reminds us of an eternal truth that echoes into the present: "the most important nourishment of all-a better world for all, not just for some."

It is time for modern-day priests (clergy, elected officials, and leaders of the business and civic sectors) to offer the blessing of a vision of a just, equitable America in which all souls may share in our collective abundance. It is time for us Americans of all religious backgrounds, like our Israelite ancestors before us-to respond to the blessing from above by offering our own gifts-from our charity to our taxes-to pay for the just society that is required of us. As one great president, John F. Kennedy, said during a vastly different era, "Ask not what your country can do for you-ask what you can do for your country."

Rabbi Jonah Dov Pesner is director, Just Congregations, at the Union for Reform Judaism.


Copyright © Union for Reform Judaism 2009

 

 

Notizie ed eventi

I COMMENTI ALLA PARASHAH DELLA SETTIMANA
Parshat hashavuah: Naso
Numeri 6,1 - 7,896 giugno 2009- 14 sivan 5769
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LE ATTIVITA' DELLA SINAGOGA PER LE PROSSIME SETTIMANE

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STORIA DELL'EBRAISMO MODERNISTA IN ITALIA

Pubblichiamo  una relazione sulla storia del movimento riformato in Italia tenuta dal prof. Bruno di Porto nel convegno di Gazzada sulla storia religiosa degli ebrei di Europa, tratta dalla sua rivista Hazman Veharaion

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LA NOSTRA DOCUMENTAZIONE
I commenti delle parashot già lette quest'anno, gli interventi più vecchi che ci riguardano, le discussioni all'interno della comunità si trovano nella sezione "articoli e documenti". Per arrivarci, cliccate qui

PERCHE' UNA SINAGOGA PROGRESSIVA IN ITALIA? 

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