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Dicono di noi 3

UNA POLEMICA SULL'EBRAISMO RIFORMATO

David Piazza ha ripubblicato un paio di settimane fa sul suo blog "Kolot" un'antica polemica (1850 circa) di rav Shmuel David Luzzato contro l'ebraismo riformato dei tempi suoi, che chiaramente ha poco a che fare con quel che accade un secolo e mezzo dopo, anche se ci conferma che il tema dell'ebraismo modernista non è certo un fuoco di paglia. E' poi uscita
- una risposta di Claudio Canarutto,
- una replica di Piazza a questo intervento,
- tre prese di posizione a sostegno dell'ortodossia, 
- una riflessione di Ugo Volli presidente di Lev Chadash
- cui Piazza ha replicato ancora,
- e un intervento di Bruno di Porto.

E' un dibattito importante, perché esso riempie il vuoto delle istituzioni dell'ebraismo italiano sulle istanze di cui Lev Chadash è il principale portatore in Italia.

Per i lettori interessati pubblichiamo qui di seguito tutto il dossier. Gli ultimi interventi (del nostro past president Aldo Luperini e di Elia boccara) si trovano qui  sul nuovo blog di Piazza.

Il famoso rabbino italiano sul fenomeno che iniziava a prendere piede anche in Italia

La Riforma? Una "sconcissima" cosa

Shemuel David Luzzatto (Shadal) - 1800-1865


Cosa nuova non è abusare delle parole e colorare con bei nomi sconcissime cose (...).

Eccocene un funesto esempio. Alcuni Israeliti, bramosi di esonerarsi dalle pratiche religiose annesse al Giudaismo, e volendo fare con una specie di legalità, in guida da non avere ad essere riguardati quali empi trasgressori della Legge di Dio, mascherando il loro progetto, di totalmente abolire la Legge mosaica, sotto lo specioso nome di Riforma. Ma questo nome è egli adeguato al disegno di questi uomini?

Riformò Lutero la Chiesa, depurandola di varie credenze e di varie pratiche, che vi si erano nel corso de' secoli intruse, e restituendo il cristianesimo quale egli era, o quale egli credette che esso fosse, nei suoi primordi. Così tra noi i Caraiti hanno creduto riformare il Giudaismo, attenendosi scrupolosamente a ciò, che credettero essere il senso delle parole di Mosè. Ma con qual fronte osano chiamarsi Riformatori del Giudaismo uomini, i quali "rinunziano formalmente a tutti i riprovevoli esclusivi precetti e costumanze"? Il Giudaismo fu sin dalla sua origine una religione esclusiva. La famiglia d'Abramo si è sempre creduta un popolo eletto, una nazione di sacerdoti. l'Israeliti furono effettivamente i depositari di quelle sante dottrine, che, uscite dal loro grembo e propagatesi sulla faccia della terra, dissiparono le tenebre del mondo morale, e partorirono quel molto o poco di bene, di cui va superba la moderna civiltà, la quale è ancora ben lungi dalla sua perfezione, atteso l'elemento greco, che in essa è sempre in conflitto con l'elemento abramitico. In qualità di sacerdoti del genere umano, gl'Israeliti furono distinti con varie pratiche esclusive, le quali hanno potuto conservar loro un'esistenza, che conservare non seppero tante nazioni assai più forti e potenti. (...)

Il Giudaismo è quindi essenzialmente un sacerdozio, e per conseguenza una religione esclusiva, carica di pratiche esclusive. È bensì lo spirito del Giudaismo una religione, una moralità universale (...) Ma il giudaismo, come Sacerdozio, come depositario e come propagatore di questa Dottrina, è inseparabile da molte pratiche esclusive; e chi le abolisce non riforma, ma distrugge il Giudaismo. È libero ognuno di rinunziare a questo Sacerdozio, a questa religione esclusiva; chiunque vuole può dal ceto giudaico separarsi; ma volersi chiamare Israelita, e volersi esonerare da tutte le pratiche, che contraddistinguono l'Israelita, questa è una contraddizione. Né vale il fingere di limitare le leggi esclusive, che si vogliono abolire, coll'aggiunta dell'epiteto "riprovevoli", quando non si spiegano i caratteri, che render possono un atto riprovevole. E d'altra parte i fatti dimostrano che i partigiani di questa Società non hanno nulla di sacro, e rigettano la stessa circoncisione, che è già da 36 secoli precipua caratteristica degli Abramiti. (...)

Nel mentre che anche noi riconosciamo che l'attuale giudaismo contiene varie modificazioni ed aggiunte, dalla pietà e dalla profonda sapienza degli antichi Sinedrii portate nel Mosaismo, a seconda dei bisogni dei variati tempi e dietro le norme tradizionalmente tramandate dallo stesso Mosè; come pure varie dottrine intruse ne' bassi tempi sotto l'influenza d'una cultura straniera; crediamo ben diversa dalla nostra essere la "convinzione" di questi pretesi riformati, dopodiché essi dichiarano aver del tutto rinunziato all'odierno giudaismo (...).

Se il Giudaismo attuale comandasse azioni men che morali, o indirettamente conducesse ad una Morale rilasciata; o ispirasse sentimenti antisociali, ed antiumani, saremmo prontissimi anche noi a depurarlo o ad abiurarlo. Ma la santità della Morale giudaica è troppo nota; e noi (e chi no?) abbiamo conosciuto e conosciamo troppi esempi di uomini strettamente osservanti le leggi del giudaismo ed insieme modelli d'ogni più rara virtù sociale -- uomini, il cui numero va ogni giorno, col crescere dell'indifferentismo religioso, a grave danno della società, diminuendo?

Non esitiamo dunque di dare a quelli tra i nostri correligionarii, le cui convinzioni sono in discrepanza col giudaismo, il seguente consiglio:

Fratelli! abituate nuovamente le vostre mani all'esercizio delle avite costumanze; fatelo in onore dei vostri antenati, che per esse versarono il loro sangue; e, nel farlo, sperate di conseguirne quella contentezza, quell'interna soddisfazione, quella gioia, ch'essi ebbero in mezzo alle vessazioni, e di cui voi, in mezzo alla libertà, agli onori, ed ai piaceri, siete privi. Fatelo, e le vostre convinzioni a poco a poco si cangeranno, e voi comincerete a sentire i vantaggiosi frutti dei volontari sacrifizii; dai quali il vostro spirito acquisterà sempre crescente predominio sulla materia, e si alzerà dalla Morale mondana, basata sulla prudenza o sull'onore, guide ambedue spessissimo fallaci, alla celeste, basata sulla santa Provvidenza, la quale, tosto che comincerete a pensarvi, non mancherà di appalesarvisi, nei grandi avvenimenti e nei minimi, mostrandovi anzi come nulla cosa è piccola, ma le minime essere origine dalle massime.

Il vostro esempio formerà a religione ed a virtù le vostre famiglie e i figli vostri, i quali renderanno beata la vostra vita e la canizie vostra, e voi con lieto cuore benedirete il Dio, che vi elesse e che ci diede la sua legge.


Sulla figura di Shadal:
http://www.morasha.it/sbr/sbr_shadal.html


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Kolòt-Voci - Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza

 

Passi che Shadal oltre centocinquanta anni fa', non percepisse le grandi possibilità insite nella Riforma ebraica, che stava muovendo i primissimi suoi timidi passi.
Ma volersi nascondere oggi la realtà viva, rappresentata dal 90% del popolo ebraico nel mondo, costituito, per l'appunto da ebrei non ortodossi, in gran parte riformati od anche conservatives o semplicementi laici significa comportarsi come lo struzzo, che nasconde la testa nella sabbia.
Neghiamo l'ebraicità del 90% degli ebrei? 
Sono la quasi totalità degli ebrei americani e del mondo anglosassone: sono coloro, anche, che sostengono finanziariamente, dall'estero, la vita, la difesa dello Stato di Israele.
E Israele, da tempo, ne riconosce la loro ebraicità.

Sono ebrei che non fanno dipendere la loro ebraicità, come direbbe Shemuel David Luzzatto dall'osservanza esclusiva di precetti e costumanze. Ma anzi, usando le sue stesse parole, sono fra gli eredi di coloro che dissiparono le tenebre del  mondo morale.
Sono anche, possiamo aggiungere noi, coloro che, come tutti gli ebrei, non riconoscono la necessità di adorare una miriade di dei o santi, come li si voglia chiamare, e che non ritengono di aver bisogno di una serie di intermediari tra loro stessi e Dio, si chiamino essi sacerdoti, vescovi o papi.

Il loro Dio è colui che dettò loro le Leggi di convivenza civile ed essi Lo onorano seguendole ed applicandole.

Il mondo ebraico riformato mantiene vivi questi principi, li insegna ai propri figli e così facendo rende attuale l'antico messaggio, l'antica Legge dei propri Padri.

C'è solo un paese al mondo ove i movimenti ebraici moderni non godono cittadinanza. E' il nostro, l'Italia, ove le Comunità sono (teoricamente) solo ortodosse.
Ma quante persone, quante famiglie, tra di noi, sono quelle che uniformano la loro vita ai precetti seguiti nei tempi andati e che dovrebbero essere il fondamento della vita dei veri ortodossi?
Siamo sinceri con noi stessi!
Forse se ne salverebbe un mero 10%. 
(Un parametro forse potrebbe essere di facile accertamento: il rapporto fra i frequentatori del Beth Akeneset lo Shabbat (non diciamo i giorni feriali per non essere subito classificati tra i cattivi") e quelli di Yom Kippur.
(Probabilmente il pre-detto 10% sarebbe ancora molto ottimistico!)

Ed allora che ne dovemmo dedurre che il 90 % e più non sono ortodossi (e questo potrebbe anche avvicinarsi alla realtà), e che pertanto essi dovrebbero essere cancellati da queste autodefinite ortodosse Comunità?

Nossignori!

Le Comunità sono "Ebraiche".
Tout court: e quindi di tutti gli Ebrei che risiedono in una data circoscrizione.

E quindi devono essere gli Ebrei, tutti gli Ebrei (e non solo gli Ebrei Ortodossi) a definire le regole di convivenza all'interno della Comunità. 

C'è una norma, in particolare, imposta dalla minoranza ortodossa, che è assolutamente auto-lesionista per la sopravvivenza delle nostre  Comunità.
E' quella che non riconosce come ebreo il figlio di solo padre ebreo.

(Va da se che quando i nostri Maestri chiarirono che il figlio di madre ebrea -senza curarsi chi fosse il padre- è sicuramente ebreo, presero la decisione Giusta. Meno giusta è la successiva interpretazione che non è sufficiente la volontà del solo padre ebreo, per riconoscere l'ebraicità del figlio, come invece era normale nell'antichità, anche ebraica).

E dal momento che nel mondo aperto in cui viviamo, i giovani si sposano con chi è loro simpatico, e non è detto che la scelta cada su un altro ebreo/a, la Comunità che non riconosce l'ebraicità del figlio di solo padre ebreo, perde non pochi suoi eredi potenziali.

Ogni ebreo perso oggi è perso per le generazioni future: questi figli e nipoti non potranno essere perciò nè ebrei riformati, nè ortodossi: semplicemente non saranno ebrei.

Gli eredi invece di un ebreo riformato d'oggi, se lo vorrà, potrà diventare anche un sapiente ortodosso.

Mi permettete una domanda impertinente? 
Per voi, anche questo è "una sconcissima cosa"?

Grazie per l'attenzione.

Chi sa se vorrete pubblicare queste modestissime osservazioni?

Shalom.

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Sull'apertura delle Comunità Ebraiche ai gruppi riformati

Gli ortodossi e le volpi

David Piazza


Claudio Canarutto, nel suo vivace intervento su Kolòt dell'8/11, perorando l'insistente richiesta dei gruppi riformati di essere accolti nelle istituzioni ebraiche italiane, solleva una lunga serie di problemi diversi tra loro che meritano ormai di essere affrontati seriamente. Vorrei dare la mia opinione su quello più noioso, quello istituzionale. Ma prima mi si permetta una considerazione generale.

Canarutto argomenta che a fronte del generale allontanamento dalla tradizione degli ebrei italiani e del fatto che oramai "i giovani si sposano chi è simpatico" e che quindi spesso contraggono anche matrimonio misto, l'ebraismo italiano dovrebbe venir meno agli standard definiti dalla halakhà ed essere più inclusivo nelle sue definizioni di chi è ebreo e di chi non lo è.
I nostri maestri, nel Pirkè Avòt suggeriscono: "Sii coda dei leoni, ma non essere testa delle volpi." (4,20). Se seguissimo le tesi di Canarutto dovremmo quindi dire adattiamoci alle volpi, cioè all'ebraismo assimilato e smettiamola di inseguire i leoni, cioè l'ebraismo ortodosso.

Anche all'epoca dei Pirkè Avòt l'ebraismo si trovava in grande crisi identitaria, quando a seguito della distruzione del Secondo tempio e soprattutto a causa dei grandi fermenti ideologici, si stavano diffondendo le idee del primo grande riformato ebreo in Galilea, che già allora sosteneva la necessità di un ebraismo che seguisse più il cuore e meno i difficili precetti. Se siamo ancora qui a raccontarlo è proprio perché per secoli abbiamo scelto di andare controcorrente e seguendo l'insegnamento dei maestri, scelto di essere "coda dei leoni". "Seguire le volpi" sembra invece la firma del trattato di resa nei confronti dell'assimilazione e della perdita della nostra specificità identitaria di minoranza.

Ora alle istituzioni. Canarutto sostiene che le Comunità in Italia dovrebbero essere "ebraiche" e non "ebraiche ortodosse". Probabilmente si riferisce alla massima istituzione, l'Unione delle Comunità Ebraiche, che nel suo statuto, presenta un debole riferimento alla ortodossia. Ma invece di dilungarci in disquisizioni legalistiche sulla debolezza di tale riferimento, converrà affrontare questioni di sostanza, con estrema chiarezza.

Nel bene e nel male, e non ci nascondiamo enormi problemi, le Comunità ebraiche italiane sono organizzate formalmente come tante singole Comunità unitarie e soprattutto intorno a un solo Rabbino capo. Vuol dire che i nostri padri fondatori percepivano proprio nel rabbinato l'elemento unificante di una Comunità. Un solo Rabbino capo dunque, sia per gli ebrei che vengono al tempio una sola volta l'anno, sia per quelli che fanno tefillà tutti i giorni, tre volte al giorno.

Questa situazione comporta certamente una grande responsabilità per il rabbinato e pur ammettendo che, a volte, i rabbini abbiano dato risposte inferiori alle aspettative, bisogna anche tener conto del fatto che troppo spesso i consigli stessi delle Comunità hanno continuato a considerare il rabbinato un marginale "ufficio rabbinico", destinando poche e modeste risorse alla trasmissione identitaria.

Eppure, quello che Canarutto sembra invece suggerire è che le Comunità ebraiche italiane diventino delle istituzioni "neutre" (non dico "laiche" per non essere frainteso) all'interno delle quali possano convivere più "denominazioni", cioè rabbini ortodossi e rabbini (o rabbinesse) riformati. A sostegno di tale tesi Canarutto cita l'esempio di Israele a sproposito, perché Israele non è una Comunità ebraica, ma uno Stato sovrano e democratico, che basa la sua identità su un'ambigua e spinosissima "Legge del Ritorno", le cui definizioni variano col variare delle maggioranze politiche (e dei ricatti dei partitini), ma che ha sempre il dovere di tutelare le minoranze druse, cattoliche o islamiche.

Ebbene, visto che Canarutto fa un costante riferimento a quello che succede nel grande mondo ebraico, conviene chiarire che tale architettura costituzionale "neutra" è praticamente inesistente. Negli Usa, in Gran Bretagna, in Francia ortodossi e riformati non riescono a lavorare insieme spesso nemmeno per gestire assieme un centro sportivo. Perché quello che per alcuni è "collaborazione comunitaria", per altri è "dialogo interreligioso". I riformati cioè non vengono considerati un altro tipo di concepire la Comunità, ma tout court un'altra religione.

Per ritornare a noi, se adottassimo il modello neutro, potremmo avere un'
Unione delle Comunità Riformate a fianco dell'Unione delle Comunità Ortodosse ma mai un'Unione delle Comunità Orto-Riformate. Il che è vero anche per il semplice fatto che nel preciso momento che i riformati venissero ammessi nelle nostre Comunità, assisteremmo alla fuga in massa dei gruppi ben organizzati più vicini alla tradizione che necessariamente si chiuderebbero a riccio in sé stessi, liberi oramai da qualsiasi vincolo di responsabilità comunitaria, e con conseguenze catastrofiche proprio per gli ebrei "di mezzo". Quelli meno praticanti che traggono beneficio dal fatto di trovare un tempio o un centro di studio aperti quando ne hanno bisogno.

Vogliamo poi tener conto del fatto che i gruppi più praticanti costituiscono oramai la stragrande maggioranza dei soggetti attivi nelle nostre Comunità, sia a livello politico, sia a livello culturale? L'ipotesi e la scommessa di riavvicinare i "lontani" a fronte della certezza dell'abbandono dei "vicini" ci sembra un azzardo che nemmeno alla fantasia italica converrebbe prendere in considerazione.

Oltretutto il modello più diffuso dell'ortodossia italiana, checché se ne lamentino i riformati, è quello "aperto" dei "Modern Orthodox". Che tra tutti gli ortodossi sono quelli che non solo sono schierati perché i matrimoni siano ebraici il più possibile, ma sono anche profondamente impegnati in diverse iniziative di recupero di chi invece ha contratto matrimonio diverso. Il problema è un altro e vorrei concludere con un esempio.

Roma e Milano sono rimaste purtroppo le due uniche Comunità ad avere una scuola ebraica. Il notevole aumento del fenomeno dei matrimoni misti e il conseguente blocco delle conversioni automatica dei minori (sono temi complessi di per sé da discutere altrove), ha generato negli ultimi anni il timore che ad alcuni bambini potesse essere preclusa l'istruzione ebraica formale. Milano ha vissuto momenti difficili, che sono stati superati grazie a un compromesso scaturito da una commissione di otto "saggi". Roma non se la passa meglio ma, in quella Comunità, l'iscrizione a scuola dei figli non è una concessione, ma addirittura parte integrante del percorso di riavvicinamento delle famiglie miste. Eppure, purtroppo, solo una parte irrisoria di queste famiglie decide di avvalersene.

Prima di prendersela con la "rigidità" degli ortodossi e dei loro rabbini, forse bisognerebbe onestamente prendere in considerazione l'ipotesi che probabilmente alcune famiglie miste dimostrano una minore propensione al grosso sacrificio richiesto, economico e logistico, nel procurare un'istruzione formale ebraica ai propri figli. Dovremmo quindi moltiplicare gli sforzi e le iniziative, destinandogli budget adeguati alle sfide, piuttosto che sancire la sconfitta aprendo ai gruppi riformati che del resto fanno del matrimonio misto la propria bandiera.

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Tre lettori rispondono a Canarutto sul riconoscimento dei riformati da parte delle Comunità Ebraiche

Sissignore, una cosa sconcissima

Claudio Canarutto nel suo intervento sostiene che il "mondo ebraico riformato mantiene vivi questi principi, li insegna i propri figli e cosi facendo rende attuale l'antico messaggio, l'antica Legge dei propri Padri". Affermazioni del genere ignorano totalmente la realtà.

Negli Stati Uniti dove esiste il maggior numero di templi riformati, spesso la metà dei membri sono non ebrei; i "Rabbi" riformati non hanno alcun problema a partecipare a celebrazioni di matrimoni misti insieme a dei preti; degli omosessuali sono stati ammessi al "rabbinato"; i figli dei riformati si sposano in percentuali crescenti con non ebrei. In effetti non piu' "una cosa sconcissima", ma molte cose sconcissime.

Donato Grosser

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Gli Ortodossi ed i Pinguini

Il ragionamento del Sig. Canarutto non fà una piega. Egli ha assolutamente ragione quando scrive che la comunità ortodossa non si rende conto che rifiutando di riconoscere l'ebraicità da parte di padre in pratica diciamo un grande NO alla maggior parte di quelle persone che si considerano Ebrei.

Non condivido invece la soluzione che il Sig. Canarutto propone. Il Sig. Canarutto vorrebbe che in pratica le comunità ortodosse riconoscessero l'ebraicità della comunità Reform. E' vero che le comunità ebraiche italiane dovrebbero appartenere a tutti: Ortodossi, Reform, Conservative... ma dove è il limite? Se non si mette un limite si potrebbe anche arrivare ad accettare l'ebraicità di un Cristiano Protestante (diverso da quello Cattolico per la divinità di una persona) perché in fondo che differenza esiste tra un reform ed un cristiano protestante? Tutti e due credono in Dio e vogliono comportarsi bene nel rispetto delle leggi civili e di quelle religiose, così come interpretate da Loro.

Il fatto che la maggior parte degli ebrei non siano ortodossi vuole dire che gli ortodossi debbano cambiare la Halaha? Io non pretendo che i conservative o i reform diventino ortodossi. Ma penso che concetti di
Majority Rule così come proposti dal Sig. Canarutto non abbiano una valenza nel discorso etico, morale e religioso.

Non fù Kant ad insegnare l'imperativo morale? Il valori etici e religiosi non si devono valutare a seconda della maggioranza ma si devono valutare sulla base di un imperativo morale o religioso.

Il Sig. Canarutto dice giustamente che la maggior parte e gran parte degli aiuti allo Stato di Israele vengono dai reform e conservative. Questo è vero. Ma cosa c'entra un discorso puramente intra-ebraico con quello che succede in uno stato che non rappresenta religiosamente né gli uni e né gli altri? Non mi ricordo di avere mai accettato che il Primo Ministro Israeliano sia de facto il portavoce del popolo ebraico o della religione ebraica dato che detiene il Ministro della Religione.

Penso che più di essere struzzi noi ortodossi siamo forse dei pinguini (!) ma non soltanto nel modo come ci vestiamo ma anche per la totale dedizione che abbiamo per i nostri figli e sopportiamo e restiamo al freddo e alle intemperie naturali (faccio riferimento al documentario La marcia dei Pinguini) per proteggere il futuro dei nostri figli.

La comunità ortodossa sarà forse solo il 10% del popolo ebraico, ma i nostri figli e nipoti e pronipoti continueranno ad esserlo ,così come i figli, ed i nipoti e pronipoti dei pinguini continueranno ad essere pinguini.

Possono i Conservative o i Reform dire la stessa cosa?

Rav Dott. Michael Beyo

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Le halakhot che passano dal cuore

Preferisco vivere ebraicamente con mille difficoltà ma in seno all'ortodossia che rendere tutto più facile lasciandola.
Ho dovuto parafrasare al modo ebraico una frase che lo speleologo sacerdote Teillard de Chardin scrisse molti anni fa a proposito del suo modo di vivere la sua fede.

In altre parole, preferisco vivere ebraicamente alla luce delle regole dell'halachà anche quando le stesse mi sembrano insormontabili e mal incollate al mio lavoro quotidiano che mi porta sempre al confine dell'osservanza; essere consapevole di essere un mediocre osservante di una grande legge che tuttavia è la stessa che mi fa Ebreo (sapendo che posso migliorare giorno per giorno avendo sopra di me numerosi esempi da seguire e modelli umani di osservanza halachica a cui ispirarsi) piuttosto che inventarmi un Ebraismo che prescinde dalla stessa.

Non voglio dire semplicisticamente: "meglio un cattivo ortodosso che un buon riformato".

E, soprattutto, ho profondo rispetto verso chi, nella Riforma, si impegna a riavvicinare numerose persone che, per i motivi più diversi, hanno in piena libertà di coscienza ritenuto di lasciare la comunità di riferimento per entrare in un modo diverso di sentirsi Ebrei.

Ma consiglierei, nella modestissima portata del mio suggerimento, di rifletterci un attimo; i nostri Maestri hanno disegnato un percorso, spaziando tra le maglie di infiniti precetti perchè, in fin dei conti, tra le pieghe dell'ortodossia ci fosse sempre un modo di vivere alla luce della halachà.

Non sarà il modo di vivere di colui che mangia glatt kasher o di chi spegne il cellulare di sabato e indossa la cintura porta-chiavi apposita per non infrangere il divieto di trasportare ggetti; ma un buon rabbino (e ce ne sono tanti in Italia) riesce sempre a venire incontro alle aspettative e alle esigenze di chi vuol vivere meglio l'Ebraismo; senza inventarsi nulla, trova ad hoc la soluzione migliore.

In un certo senso, è come se "prendesse su di sè" (non vorrei essere frainteso e mi scuso dell'ingenuità dei termini) quella parte di non osservanza alle mitzvoth non soddisfatta da parte nostra e la trasforma; trova l'equilibrio giusto tra rigore ed esigenza di "modernità".

Questo è, forse, l'aspetto più bello dell'Ebraismo italiano, solo per fermarmi a quello di casa nostra.

Va da sè che, come mi sembra di capire anche dall'intervento di David Piazza, un ruolo fondamentale spetti ai rabbini.
Per tacer della parte che spetta ad ognuno di non perdere per strada questo tesoro di vita e pensiero chiamato halachà, tocca ai rabbini, in un certo senso, aiutarci.

A Trani era tutto impossibile, ebraicamente parlando; eppure, grazie ad alcuni rabbini e alla comunità madre di Napoli, abbiamo modestamente ricostruito un decoroso percorso di vita ebraica, con non poca attenzione alle regole alimentari e allo studio in Sinagoga, cura per gli Ebrei più lontani che vengono da Taranto o Foggia pur di fare tefillà e comprensione per le oggettive difficoltà che essi affrontano.

Consapevoli che si può fare molto e di più e che forse questo "di più" non sarà raggiungibile nell'immediato; ma con una prospettiva davanti a loro.

Perchè è proprio questo che l'ortodossia offre di ineguagliabile: quella chance in più di perfezionare il nostro Ebraismo, affezionandoci giorno dopo giorno al kiddush settimanale, alle candele da accendersi allavigilia dello shabbath, alle beracoth da recitare su ogni gesto quotidiano.

Quando le halacoth entrano nella vita dell'Ebreo dalla porta del cuore, posso assicurarlo, non c'è nulla che riesca a portarcele via.

Francesco Lotoro

 

 Caro David Piazza,

come presidente della più vecchia e maggiore sinagoga riformata italiana, Lev Chadash di Milano, sento il dovere di intervenire nel dibattito che tu hai aperto con Claudio Canarutto. Non voglio entrare in grandi temi storici, filosofici e teologici, che meritano maggiore pacatezza e tranquillità, ma solo in quella che tu chiami "noioso problema istituzionale".

Tu sembri innanzitutto suggerire che l'Ebraismo riformato non sia "un altro tipo di concepire la comunità, ma tout court un'altra religione". Questo non è sostenibile. Non solo perché gli atti che compiamo, i gesti che facciamo, le parole che diciamo durante le nostre tefillot sono sostanzialmente gli stessi di tutto l'ebraismo (chiunque lo può verificare per esempio sul nostro siddur di Arvit Shabbat pubblicato sul nostro sito www.levchadash.info), con differenze più di minhag che di halakha. Non solo perché i nazisti non hanno fatto distinzione ammazzando allo stesso modo ebrei chassidici e riformati, oltre che laici e quant'altro. Ma soprattutto perché non fa distinzione lo Stato di Israele, che ci classifica tutti come ebrei e come ebrei consente l'alyà ai gherim reform (ci sono stati alcuni casi anche di nostri iscritti). E infine perché chi di noi come me viene da famiglie ebraiche continua a essere iscritto alla sua comunità, a pagare le tasse e a votare, a essere contato nel minyan anche da rabbini perfettamente ortodossi e ben consapevoli della nostra attività in Lev Chadash. Se l'Ebrasmo riformato fosse un'altra religione, aderirvi per un ebreo vorrebbe dire abiurare, dover uscire dalla comunità, non aver diritto alla cittadinanza israeliana ecc.; di fatto nessuno ha mai sostenuto questo, nessuno ha mai messo in dubbio il mio ebraismo. Vorrei aggiungere che sul piano dottrinale noi siamo molto più vicini al mainstream ortodosso di quelli che credono che sia arrivato il Mashiah, con tutte le conseguenze che questo comporta.

In definitiva l'Ucei, che in base all'intesa con lo Stato rappresenta tutti gli ebrei italiani, ortodossi e rifomati, laici e messianisti, non può non porsi il problema dell'esistenza delle varie organizzazioni di ebraismo modernista. Anche perché non sono dei fenomeni locali o bizzarri. La World Union of Progressive Judaism, cui appartiene Lev Chadash, rappresenta oltre due milioni di fedeli ed è di gran lunga l'organizzazione religiosa ebraica più diffusa nel mondo, cui vanno aggiunti i Massortì, i Ricostruzionisti e le altre forme non tradizionali di pratica ebraica. Tutti quanti, ortodossi o meno, dobbiamo poi fare i conti con quella maggioranza del popolo ebraico che non ha interessi religiosi e si presenta in sinagoga solo per ricordare i propri morti, per sposarsi (magari obbligata dalla legge, come in Israele), ma sostanzialmente è atea, agnostica o indifferente. Da Freud ad Einstein, molti dei più illustri ebrei del Novecento appartengono a quest'ultima categoria, e così i padri fondatori dello Stato di Israele. Il fatto è che l'ebraismo è popolo, prima che religione. E al nostro popolo si appartiene condividendo il suo destino storico, che si compiano o no scrupolosamente le mitzvot.

Sul piano internazionale non è vero, come affermi, che non vi siano istituzioni comuni. In Francia e Germania riformati e ortodossi convivono nelle istituzioni comunitarie (tipo Alleance Israelite); il Bené Berit è prevalentemente reform, la European Region della Word Union of Progressive Judaism è membro dell'European Jewish Congress; organizzazioni come Maccabi e Hashomer Hatzair mescolano le diverse forme di ebraismo. Potrei continuare molto a lungo, ma non voglio annoiare nessuno. In Italia poi c'è il problema della rappresentanza di tutto l'ebraismo che l'Intesa attribuisce all'Ucei. La quale ne è ben consapevole, come mostra la mozione sui movimenti non ortodossi approvata all'ultimo congresso e anche l'istituzione di una commissione di studio sul tema, decisa quest'estate dal Consiglio e composta fra l'altro da illustri rabbanim. La minaccia di abbandono che tu agiti un po' scompostamente non ha senso, sarebbe un gesto insensato sul piano politico, economico e rappresentativo.

In breve: o l'ebraismo italiano rinuncia all'Intesa e ciascuno va sulla sua strada, e magari si riformula l'organizzazione ebraica su un modello anglosassone, secondo cui non si appartiene a una congregazione e non a una comunità territoriale (ma siamo capaci di affrontarne le conseguenze, anche solo in termini economici? Lev Chadash vive senza una lira di denaro pubblico, senza otto per mille o altro; quante comunità sarebbero capaci di fare altrettanto?). Oppure dovrà prendere atto in un modo o nell'altro di noi, includerci come individui o come comunità. Anche perché noi costituiamo una rete di protezione e di raccolta per l'ebraismo. Di fatto, piaccia o meno, i giovani fanno matrimoni misti e le comunità non sono attrezzate per accogliere i loro figli. Questo è emerso anche al recente moked sul ghiur. Potrà essere vero che essi non si sacrificano abbastanza, ma di fatto la maggior parte di queste coppie percepisce di essere respinte dalle comunità. Noi abbiamo scelto dall'inizio di non celebrare matrimoni misti, ma lavoriamo sodo per recuperare i loro figli (e anche padri e madri che, respinti, facilmente si allontanano dall'ebraismo). I nostri ghiurim sono seri, implicano studio e un percorso di preparazione piuttosto lungo. Ma si basano sull'accoglienza, sulla gioia e l'orgoglio di recuperare delle scintille di ebraismo; non sulla diffidenza e il dubbio. Non chiediamo la conversione delle madri, non guardiamo con sospetto le famiglie, cerchiamo di trasmettere la bellezza dell'ebraismo in cui crediamo.

Se l'ebraismo italiano è in crisi, questa non è demografica, come si dice, ma di adesione, di capacità di conservare i propri membri: noi siamo la forza che cerca di resistere, non rinunciando alla nostra identità ebraica, ma sforzandoci di renderla accogliente e cercando nella nostra tradizione quelle posizioni che possono permetterci di rispondere alle domande della modernità, per esempio sulla parità di diritti delle donne. Queste posizioni nella storia della halakha ci sono, l'ebraismo italiano ne ospitava alcune fino a un paio di decenni fa (per esempio sul ghiur dei katanim, autorizzato dallo Shulkhan Arukh e oggi sostanzialmente abbandonato per eccesso di ricore). Noi ci sentiamo eredi di questa bella e aperta tradizione dell'ebraismo italiano e rivendichiamo oggi il nostro posto, perché non siamo né un elemento disgregatore né una causa di assimilazione, ma un suo possibile rimedio, un elemento dinamico e responsabile di quella realtà unitaria che è l'ebraismo italiano.

 Un cordiale shalom

 Ugo Volli

Presidente di Lev Chadash - Milano

 

 Continua il dibattito su riformati e Comunità ebraiche in Italia

Il paese delle meraviglie

Di David Piazza


Il pacato e rassicurante intervento su Kolot del 19/11 di Ugo Volli, presidente della sinagoga milanese riformata Lev Chadash, colpisce non tanto per le omissioni e le reticenze riguardo il suo movimento, quanto perché contraddice un principio che è alla base di ogni novità che si presenta su un palcoscenico già calpestato da vecchi attori, cioè quello della differenziazione. Come direbbe Veltroni, ogni novità deve portare portare una discontinuità.

Invece la nuova e insistente strategia di Lev Chadash, piuttosto che marcare le differenze con l'ebraismo italiano ortodosso, si affanna a dimostrarne le similitudini: i gesti, le tefillot, il siddur, i matrimoni ("abbiamo scelto di non celebrare matrimoni misti") e perfino i loro ghiurim (conversioni), "seri e lunghi". Al massimo, nella lettera di Volli, se proprio ci sono differenze, queste risiedono nel minhag (consuetudine) e non nella halakhà, che viene spesso citata a casaccio senza un briciolo di riferimento testuale.

L'ebraismo italiano sembra essersi improvvisamente svegliato nel Paese delle meraviglie di Alice.

Se ne è accorto il precedente presidente di Lev Chadash, Bruno Di Porto, che ha immediatamente criticato Volli (Il Tempo e l'Idea, XV, 2007) per la repentina sterzata conservatrice che sembra riaccogliere il principio di matrilinearità (cioè "è ebreo chi è figlio di madre ebrea") tanto vituperato in precedenza dai riformati.

Anche però dando atto a Volli del sua coraggioso percorso "serio ma nell'accoglienza" non possiamo però astenerci dal segnalare un paio di passi importanti ancora da compiere verso le tradizioni ebraiche comunemente accettate in Italia (perfino ai rabbini della precedente generazione - come Toaff di Roma e Disegni z"l di Torino - spesso indicati proprio dai riformati come fulgidi esempi di tradizione ebraica italiana "illuminata").

I ghiurim

Le "serie conversioni" citate da Volli prevedono nella pratica un periodo di studio determinato e si concludono con un esame e una lontana rappresentazione del mikve (bagno rituale) ortodosso, perché in pratica si tratta di un bel tuffo in piscina in costume da bagno. Ma al di là delle differenze formali, la conversione riformata non comprende purtroppo ancora l'accettazione di obblighi (le mitzvòt), ma al contrario è solo una dichiarazione di buoni principi. Mentre per l'ebraismo ortodosso non è ebreo solo chi "lo sente", ma soprattutto chi "lo fa". E per citare un tema caro a Volli, è difficile operare il tikkùn olàm (miglioramento del mondo) solo con le buone intenzioni.

Ma lasciamo la teologia e torniamo all'attualità, a quell'Israele continuamente evocato perché "accetta tutte le conversioni". È vero, recentemente si può diventare cittadino israeliano anche con ghiur riformato, o con il solo nonno ebreo. Ciò non toglie che se un convertito riformato si presenta poi, nella stessa Israele, a celebrare un matrimonio con un compagno/a ebreo, guarda un po', la cerimonia viene rifiutata finché il primo non supera un processo di conversione ortodosso. Se no si scappa a Cipro, come migliaia di coppie con problemi di ebraicità.

Comunque a sentir parlare di leggi di stato portate a esempio di leggi religiose sembra di essere ripiombati in piena controriforma cattolica o peggio in "religioni di stato" di sto fascista o comunista. Lo stato d'Israele ha le sue leggi e gli ebrei in Israele o nella Diaspora hanno tutto il diritto di stabilirne di diverse per la loro appartenenza religiosa.

Quindi mentre il lungo e difficile percorso ortodosso (sì, anche in Italia) di conversione permette al gher di entrare a testa alta e a pieno titolo nel popolo ebraico, perché i criteri sono basati su una halakhà condivisa tra mille difficoltà tra tutti gli ebrei ortodossi nel mondo (e "ubi maior" quindi anche dai riformati e dai conservativi), la conversione riformata in realtà è una tragica fabbrica di paria che illude tanti volenterosi, che non potranno, purtroppo, nemmeno far parte di un minian regolare per recitare un semplice Kaddish.

Matrimoni misti

Apprendiamo da Volli che la loro scelta "dall'inizio" è quella di non celebrare matrimoni misti, che è poi la difficile e spesso sofferta scelta di continuità ebraica degli ebrei laici o religiosi da millenni, e che ha contribuito a permettere di esistere a un'esigua minoranza, non solo in ambienti violentemente ostili ma anche in altri pericolosamente allettanti. Bisogna dare atto a Volli che questa scelta potrebbe essere un reale momento di condivisione tra diverse visioni ebraiche.

Tuttavia, dopo aver elogiato i vantaggi della "via italiana" al riformismo ebraico, gli esponenti di Lev Chadash si compiacciono dell'appartenenza del loro movimento al WUPJ (World Union for Progressive Judaism). Sarà meglio segnalare al lettore italiano che il 50% dei rabbini riformati e ricostruzionisti non solo sono ben favorevoli al matrimonio misto e il 10% lo celebra anche in presenza di simboli di altre religioni (
http://www.rcrconline.org/research.htm - Dati del 2003 ) ma che alcuni rabbini del WUPJ non disdegnano nemmeno quello tra membri dello stesso sesso ( http://wupj.org/Publications/Newsletter.asp?ContentID=74 ).

Ora se tutto questo assomiglia all'ebraismo che conosciamo noi in Italia lo lasciamo giudicare ad altri, anche se nulla vieta che si possa proporre una nuova via all'ebraismo, senza per questo però pretendere che sia, in fondo, simile alla vecchia.
Ma non possiamo lasciare l'articolo di Volli senza citare il suo passo quando ripete un pensiero che serpeggia nell'Italia ebraica oramai da tempo e merita di essere affrontato: "Siccome i nazisti non hanno fatto distinzione tra ebrei ortodossi, riformati, assimilati o chassidici siamo tutti uguali". Ebbene secondo questa logica aberrante noi ebrei dovremmo consegnare le chiavi della definizione delle nostra identità nelle mani dei nostri carnefici! E visto che i nazisti trucidavano anche rom e omosessuali vuol dire forse che ogni rom e omosessuale sono per questo "ebrei" anche loro? " target\u003d\"_blank\" onclick\u003d\"return top.js.OpenExtLink(window,event,this)\"\> u003c/a\>\u003cbr\>\u003cbr\> dati non saranno ceduti, comunicati o diffusi a terzi, e i lettori potranno richiederne in qualsiasi momento la modifica o la cancellazione, scrivendo a \u003ca href\u003d\"mailto: " target\u003d\"_blank\" onclick\u003d\"return top.js.OpenExtLink(window,event,this)\"\> u003c/a\>. Una non risposta, invece, varrà come consenso al prosieguo della spedizione della newsletter.\u003cbr\>\u003c/font\>\u003c/div\>\n\n\n",0] ); //-->

E qui sta tutta la tragicità del pensiero ebraico riformato, che nella foga inclusiva di dimostrare che tutti sono per forza ebrei, ha spesso difficoltà a rispondere alla semplice domanda: "Ma allora chi è non-ebreo?"

David Piazza

 

 

Estratto dal prossimo numero di "Il Tempo e L'Idea"

 

 

PER L'EBRAISMO PROGRESSIVO

 

SE NON SI PUO' CONVINCERE

L'IMPORTANTE E'  ESISTERE

 

"Morashà", con la sua newsletter "Kolot", attacca regolarmente il movimento ebraico di riforma, il cui spettro le si aggira, da sette anni, in Italia, terra di ortodossia o di sintesi laico-ortodossa. E' quest'ultima la posizione di "Ha Keillah", come la ha esposta il suo direttore  su "Firenze Ebraica" di novembre - dicembre 2007.

La nuova fase dell'offensiva è partita con la riproposta di un attacco di   Shadal (Shemuel David Luzzatto) ai riformati del suo tempo, cui egli  non riconosceva neppure la dignità di  una riforma,  parlando di sconcissime cose.  L' ortodossia del grande  dotto triestino era  tra l'altro rivolta, su altro fronte, contro i misticisti gesucristi, tipo Benamozegh, anche lui ortodosso, che a suo avviso ragliava.  Non nego, d'atronde, che le esagerazioni di una parte dei primi riformatori destassero comprensibilmente la sua ira, mentre dialogava con Abraham Geiger,  padre della Riforma, nelle alte sfere della Scienza del Giudaismo.

All'attacco ha reagito l'amico Claudio Canarutto, facendo presente la realtà di un mondo ebraico differenziato e secolarizzato,  e sostenendo che le comunità ebraiche devono essere la casa comune di tutti gli ebrei nel territorio, tanto più che la legge non le definisce ortodosse.  La sua lettera è stata pubblicata dalla stessa newsletter "Kolot", su cui poi gli hanno risposto David Piazza, Donato Grosser, Michael Beyo, Francesco Lotoro, con varietà di toni e di argomenti, fino alla ripetuta contumelia  della sconcissima cosa, comunque col diniego (è quel che conta, in  sostanza) ad ammettere le congregazioni riformate nel quadro istituzionale dell'Ebraismo italiano.    

Il direttore David Piazza, che ragiona meglio degli altri il discorso, ha fatto presente che, nella maggioranza dei grandi paesi di riferimento, per la varietà delle correnti ebraiche non esistono architetture comunitarie uniche, neutre, comuni,  ed è giunto a dire che i riformati non vengono considerati soltanto come comunità di altro tipo, ma tout court un'altra religione.  Non ha detto, invero, che lui la pensa così, sebbene lo lasci pensare, ma ha inteso dire che così la pensano molti  o i più degli ortodossi.  Il che  è  purtroppo vero nella sua gravità. Non  pensava così il Rav Joseph Dov Soloveitchik, il maestro per eccellenza della Halakhah, che, pressato dai haredim a non avere rapporti con le correnti non ortodosse, volle salvaguardare il comune denominatore ebraico, distinguendo, in un  responso del 1954, la Berit yiud o Covenant of Destiny, basata sulla comune aderenza alla Halakhah, e la  Berit goral o Covenant of fate, basato sulla volontà di essere parte dello stesso popolo, assumendone gli stessi rischi (Voce in Wikipedia, on line, pp. 14 ss.).  Non è naturalmente che lo approvi, ma ritengo apprezzabile e plausibile la distinzione, per parte di chi ponga il fondamento dell'Ebraismo nell'interezza della Halakhah, come soluzione di compromesso e di convivenza, in base alla nozione comune di un Popolo ebraico, se non si voglia riconoscere la comunanza di Religione. Questa è lucidamente rivendicata  nell'intervento di Ugo Volli, che è stato ospitato e poi controbattuto da David Piazza in un nuovo numero di "Kolot", dove ha pure riportato la mia posizione contro il ristabilimento della matrilinearità in Lev Hadash, senza però riferire, e lo capisco per la brevità dell'inciso,   il corollario cui mi spingo per il principio di parità tra i genitori:   di stabilire, al limite,  il ghiur per tutti i figli di matrimonio misto.

Piazza ironizza sullo stile troppo rassicurante di Volli, che assottiglia la differenziazione e la discontinuità, anima di ogni novità, tanto da aver la sensazione di svegliarsi nel paese delle meraviglie. Se guarda il siddur milanese, per altri aspetti eccellente, la meraviglia gli crescerà vedendo l'Eterno scritto, con pudore spiacente allo stesso Eterno, nella forma segata  D-o e l'Aleinu Leshabeah ristabilito nella forma ortodossa. Ma le correzioni di rotta in senso conservatore - obietta  Piazza - sono contraddette dall'appartenenza alla famigerata World Union for Progressive Judaism.

In realtà la gestione Volli, di cui sono lealmente critico per alcuni aspetti salienti,  tende, come tende da sempre il sottoscritto, all'equilibrata caratterizzazione di una via italiana alla Riforma,  che è del resto in accordo con il considerevole ricupero della tradizione, avvenuto nel corso del Novecento, sul piano mondiale dell'Ebraismo progressivo, per sua natura variegato, come, a ben guardare, è variegata la stessa Ortodossia. 

Fattore portante di questa via italiana è per noi il volere salvaguardare l'unità del contesto istituzionale, fondato su una buona Intesa con lo Stato italiano. Ci rendiamo conto dei problemi che una presenza progressiva solleva, ma perseguiamo lo scopo, anche senza essere corrisposti, perché questo ci dice la nostra coscienza e il senno, che chi più ha più deve esercitare. E il fatto che quelli di noi, come Volli ed io, riconosciuti halachicamente ebrei, stanno e resteranno nelle comunità italiane, prendendovi attiva parte, come figli da duemila anni di questo organismo, attesta la nostra volontà unitaria. Non per suscitare l'incanto di un paese delle meraviglie, ma semplicemente per il bene e la perpetuazione del nostro retaggio, che viviamo, nelle nostre esperienze di gruppo, con alcuni elementi di diversità,    piacciano o non piacciano ai nostri contraddittori.

Non pretendo di convincere Morashà. Se non si può convincere, l'importante, per un ideale, è esistere e operare. Il resto verrà, se la provvidenza vorrà.

 

Bruno Di Porto

 

 

 

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DICONO DI NOI  4 

"Mosaico", bollettino on line della Comunità Ebraica di Milano ha appena pubblicato questa intervista al presidente di Lev Chadash, con un'interessante scheda sull'ebraismo riformato in Israele

LA PARASHA DELLA SETTIMANA 

Miqqets, Genesi 41,1-44,17

Shabbat Chanukah, 8 dicembre 2007 / 28 Kislev, 5768

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Il senso e le regole di Hannukka
di Rav Haim Cipriani

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LE ATTIVITA' DELLA SINAGOGA PER LE PROSSIME SETTIMANE

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UNA POLEMICA SULL'EBRAISMO RIFORMATO

David Piazza ha ripubblicato un paio di settimane fa sul suo blog "Kolot" un'antica polemica (1850 circa) di rav Shmuel David Luzzato contro l'ebraismo riformato dei tempi suoi, che chiaramente ha poco a che fare con quel che accade un secolo e mezzo dopo, anche se ci conferma che il tema dell'ebraismo modernista non è certo un fuoco di paglia. E' poi uscita
- una risposta di Claudio Canarutto,
- una replica di Piazza a questo intervento,
- tre prese di posizione a sostegno dell'ortodossia, 
- una riflessione di Ugo Volli presidente di Lev Chadash
- cui Piazza ha replicato ancora,
- e un intervento di Bruno di Porto.

E' un dibattito importante, perché esso riempie il vuoto delle istituzioni dell'ebraismo italiano sulle istanze di cui Lev Chadash è il principale portatore in Italia.

Per i lettori interessati pubblichiamo qui di seguito tutto il dossier. Gli ultimi interventi (del nostro past president Aldo Luperini e di Elia boccara) si trovano qui  sul nuovo blog di Piazza.

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PERCHE' UNA SINAGOGA PROGRESSIVA IN ITALIA? 

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EUROPEAN REGION BIENNIAL CONFERENCE VIENNA 13-16 MARCH 2008
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HAVURAH ROMANA DI LEV  HADASH

 

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Una mostra su Lele Luzzati a parma dal 2 al 31 dicembre
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