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Parashat hashavua 07-12-08

LA PARASHA DELLA SETTIMANA 

Miqqets, Genesi 41,1-44,17

Shabbat Chanukah, 8 dicembre 2007 / 28 Kislev, 5768

Miqqets, Genesi 41,1-44,17

Shabbat Chanukah, 8 dicembre 2007 / 28 Kislev, 5768

Haftarah, Zechariah 4,1-7

 

D'VAR TORAH

 

La fame nel corpo e nello spirito

di Sue Levi Elwell

 

Traduzione dall'inglese di Roberto H. Tonetti

 

La presente parashah prosegue la narrazione su Giuseppe e i suoi fratelli iniziata nella precedente parashah; i filoni narrativi, patriarcali e matriarcali, che ci conducono lungo il libro del Genesi fissano il quadro della storia di Giacobbe, delle sue quattro mogli e dei 13 figli lì nominati. Con la presentazione dei componenti la famiglia di Giacobbe il lettore realizza che i legami famigliari rappresentati nel Tanakh rispecchiano e forse anticipano i comportamenti complessi, gli appetiti e le brame che caratterizzano le relazioni intime in tutta la storia umana.

 

La suddivisione del racconto in varie parshiyot è fatta magistralmente poiché le vicende vanno avanti, la trama si infittisce e ogni porzione termina al culmine dell'attenzione del lettore. Vayeshev si concludeva con la corretta interpretazione, da parte di Giuseppe, dei due cortigiani di Faraone con cui condivide la prigionia: uno sarebbe stato riabilitato mentre l'altro sarebbe stato impiccato! La frase finale è sinistra: "Il capo dei coppieri, invece di ricordarsi di Giuseppe, lo dimenticò." (Gen 40,23) Miqqets si apre con un salto in avanti di due anni, allorché Faraone cerca un interprete per i suoi sogni inquietanti.

 

Il tema della fame è contenuto nei sogni di Faraone poiché sogna di sette vacche "belle a vedersi e grasse" che venivano su dal Nilo: esse sarebbero poi state divorate da altre sette "brutte d'aspetto e magre" che compaiono misteriosamente sulla riva del fiume, fonte dell'irrigazione dell'Egitto. Questo sogno è seguìto da uno parallelo in cui sette spighe piene e belle vengono divorate da altre sette "sottili e sbattute dal vento di scirocco." I sogni turbano il sovrano al punto da cercare il consiglio di "tutti i maghi d'Egitto e tutti i suoi saggi ... ma non vi fu chi li interpretasse per Faraone." (Gen 41,1-8) Il capo dei coppieri ricorda allora i doni interpretativi dello schiavo ebreo Giuseppe e Faraone ordina che questi compaia di fronte a lui per ascoltare le allarmanti visioni del monarca.

 

Giuseppe sapeva che l'interpretazione dei sogni è una faccenda pericolosa: i suoi primi tentativi fecero sì che i fratelli lo gettassero in un pozzo! La sua storia consiste nell'essere sollevato e poi gettato in basso: infatti prima era il figlio favorito e poi si ritrovò a languire in un pozzo privo di ogni cosa tranne, secondo Rashi su Genesi 37,24, "serpenti e scorpioni"; quindi divenne un dipendente altamente valutato e poi fu gettato in prigione; ora viene nuovamente ripreso e stavolta da Faraone in persona! L'abilità interpretativa di Giuseppe diventa l'atout per la sua ascesa definitiva: diventare il preposto alla casa di Faraone.

 

Giuseppe viene costituito da Faraone capo sul Paese, con la responsabilità di gestire la raccolta e l'immagazzinamento delle scorte di cibo dell'Egitto, mentre la regione passa dai previsti sette anni di abbondanza ai sette di carestia. Conformemente a un sogno precedente di Giuseppe i suoi fratelli vengono a inchinarsi di fronte a lui chiedendogli del grano per nutrire le loro famiglie. La parashah si inquadra nella tensione tra la carestia fisica e la sussistenza, tra la brama di grano e la sazietà. Sotto la superficie della fame fisica si intravedono altri tipi di fame: possiamo individuare o immaginare i desideri che animano e agitano i vari personaggi della narrazione anche laddove il testo risulta opaco. I Saggi dell'epoca rabbinica, che leggevano tra le righe, ci aiutano a scoprire e a immaginare tali dinamiche.

 

All'apertura della porzione Giuseppe è in prigione da due anni: certo ha fame di libertà e vorrebbe muoversi liberamente fuori dalla corte in cui è confinato; vorrebbe vivere come gli piace, senza piegarsi all'arbitrio delle guardie che sorvegliano ogni sua mossa. Sicuramente a Giuseppe manca la famiglia, gli anni in esilio avranno acuito il desiderio di calore protezione e sicurezza che una famiglia può dare, nonché di quella relazione speciale che aveva col padre, e poi il dolore per sua madre mancata da tempo. Tali brame si saranno poi acutizzate a causa dell'isolamento in prigione, dove avrà riflettuto sul fatto che i favoritismi del padre verso di lui lo avevano isolato dai fratelli.

 

Invece Faraone brama una conoscenza delle Cose sante: i suoi sogni lo inquietano poiché sa che Dio gli parla attraverso quelli, sicché vuole a ogni costo sapere che cosa gli dice Dio. Inoltre Faraone è desideroso di adempiere alle sue responsabilità come sovrano d'Egitto, designato dalla divinità. Il Midrash Rabbah commenta così i primi versetti della parashah "Faraone fece un sogno..." (Gen 41,1): "E' forse il solo a sognare? Certo che no, ma i sogni di un re riguardano il mondo intero." (Breshit Rabbah 89,4) Il midrash dice poi che Faraone era stato angustiato dai due sogni per due anni, ma non li ricordava sino al "giorno stabilito in cui Giuseppe sarebbe uscito dalla sua casa-prigione." (Mikraot Hedulot HaMa'or 611, 618) Secondo i Rabbi, Dio controlla i sogni di Faraone in vista della redenzione finale del popolo ebraico.

 

I dieci fratelli maggiori di Giuseppe hanno forse fame dell'amore e dell'approvazione paterni: nel corso della loro vita hanno sofferto perché Giacobbe favoriva i figli di Rachele, Giuseppe e Binyamin; sono ossessionati dal passato terribile e da ciò che fecero a Giuseppe. Il midrash spiega che questa ferita aperta li spinge a cercare il fratello. "I fratelli di Giuseppe si recarono in Egitto - dieci di loro..." (Gen 42,3) ciò viene interpretato come se la ragione del loro viaggio fosse "10 parti di amore fraterno e 1 parte per acquisto di viveri." (Breshit Rabbah 91,2) Il loro desiderio di trovare Giuseppe è così grande che quando questi domanda loro chi siano, essi rispondono: "Siamo tutti figli di uno stesso uomo" (Gen 42,11). Involontariamente, o forse sperando, i dieci fratelli includono Giuseppe nel loro numero. Successivamente Giuseppe li imprigiona tutti e poi li rilascia, tranne Simeone, a condizione che ritornino in Egitto con Binyamin; essi allora dicono: "Noi siamo colpevoli verso il nostro fratello ché vedemmo quanto fosse angosciato l'animo suo e non lo ascoltammo quando ci supplicava..." (Gen 42,21) La precedente narrazione dei fratelli che gettano Giuseppe nel pozzo non menziona la sua angoscia. Ora è il senso di colpa, o il cuore, dei fratelli che li tormenta con la brama per il fratello da loro venduto; ora sono pronti a ascoltare e a reagire alle grida che non udirono quando erano storditi dalla gelosia! In quanto uomini la loro brama per la famiglia e la giustizia è almeno tanto forte che la fame fisica.

 

Giacobbe brama la sua amata Rachele e per il lignaggio incarnato in Giuseppe; il lutto per quest'ultimo lo ha allontanato dai figli di Leah, Bilhah e Zilpah. Giacobbe, che a sua volta ingannò suo padre cieco per assicurarsene la benedizione, non riesce a capire che il suo favoritismo compromette e complica proprio il passaggio del testimone ai figli di Rachele. Se si perderà anche Binyamin, come già Giuseppe, chi porterà avanti il lignaggio di Avraham, Isacco e Giacobbe? Quest'ultimo rivuole il figlio e la capacità di compiere il suo imperativo patriarcale.

 

Alla fine della parashah il lettore comprende chiaramente come Giuseppe desideri rientrare nella cerchia dei fratelli, del padre e del benessere della sua patria. Gli manca il suono e la cadenza della madrelingua. Le lacrime di Giuseppe rispecchiano il suo disperato desiderio di essere visto, riconosciuto e accolto. Ma il tempo non è ancora giunto. I nomi che sceglie per i due figli, Manasseh e Efraim, riflettono la profonda ambivalenza per il suo status di ger toshav, ‘residente straniero'; vuole al tempo stesso dimenticare e ricordare, porre i suoi figli come eredi sia d'Egitto che d'Israele. Naomi Steinberg scrive: "la parashah termina sull'orlo di decisioni e desideri espressi ma non riconosciuti, coi cuori che anelano alla riconciliazione e riflettono la carestia di una nazione e dei suoi vicini afflitti." (Commento a Miqqets in The Torah: A Women's Commentary , cur. Tamara Eskenazi [New York: URJ Press, 2008], p. 251).

 

Ringrazio la Dr. Tamara Eskenazi, editor di The Torah: A Women's Commentary per il suo aiuto generoso.

 

 

Rabbi Sue Levi Elwell, Ph.D., è direttore del Consiglio della Pennsylvania dello URJ nonché della Federation of Reform Synagogues dell'area Greater Philadelphia, Pennsylvania, Stati Uniti d'America.

 

 

 

DAVAR ACHER

 

Ascoltiamo Giuseppe

di Lawrence Jackofsky

 

Giuseppe, Giuseppe, dove sei?

 

Secoli e secoli ci separano da te e dai tuoi sogni di abbondanza e carestia: eppure il paradosso permea ancora tutto quanto il mondo. Troviamo della fame impressionante nel mezzo di consumi abbondanti.

 

Guarda l'uomo o la donna all'angolo della via che chiedono cibo e mezzi per sopravvivere.

 

Giuseppe, perché non udiamo il tuo richiamo?

 

Forse perché sembriamo tanto soddisfatti e sazi?

 

Giuseppe, forse abbiamo bisogno di una buona dose di fame che ci risvegli dal nostro torpore onirico?

 

Ci proteggiamo, ingannandoci, dalla evidente realtà fatta di vuoto e disperazione - lì fuori, la sentiamo battere pesantemente - che affligge una parte dell'umanità in ogni momento della giornata.

 

La nostra vita, il nostro stile di vita, sono minacciati se non insorgeremo possentemente contro la pena e l'angoscia del mondo: lontano e anche qui nelle nostre città. Urge l'ora: g'milut chasadim!

 

Giuseppe, tu ci avvisasti con dei sogni contraddittori, ma noi non ci siamo curati più che tanto del tuo messaggio puntuale.

 

Non ci hai forse sospinti alla lotta contro la carestia e l'inedia psicofisica, affinché ci liberassimo dall'intorpidimento dell'apatia?

 

Giuseppe, tu ci rendi inquieti e a disagio.

 

Siamo prigionieri della ferrea spirale del "sempre di più" verso l'illusione di felicità successo e ricchezze infinite.

 

Ma ascolteremo il messaggio dei tuoi sogni per fare un tiqqun ‘olam personale e anche uno che raggiunga coloro che hanno urgente bisogno?

 

Dio attende da noi riflessione e poi azione.

 

Molto tempo fa tu desti sollievo e assistenza alla tua famiglia bisognosa:
Giuseppe, dove sei adesso?

 

 

Rabbi Lawrence Jackofsky è il direttore regionale provvisorio della zona Pacific Central West (USA), Union for Reform Judaism.

 

Sono aperte le iscrizioni per il 2° Programma di studio per adulti in Israele (Second Adult Study Program in Israel)                                   http://urj.org/educate/adultstudy
                                    6-16 marzo 2008 - 29 'adar I 5768 - 9 'adar II 5768

Copyright © Union for Reform Judaism 2007


----------------==---------------- N.d.T. ----------------==----------------

 

La carestia in Egitto

Io stavo angosciato sul Grande trono e quelli del palazzo avevano il cuore afflitto per un male grandissimo, poiché il Nilo non esondava ormai da sette anni. I cereali scarseggiavano, la frutta non aveva succo e il loro cibo era razionato. Ognuno rubava al suo compagno; si agitavano senza combinare nulla. I bambini si lamentavano, i giovani attendevano, il cuore degli anziani era in pena; avevano le gambe ripiegate, giacevano a terra con le braccia conserte. I cortigiani stavano male; i templi erano chiusi; nei santuari non c'era altro che dell'aria. Ogni cosa si rivelava vuota.

 

Iscrizione faraonica, attribuita al faraone Djoser, ca. 2800 a.e.v. (Plaut, A Modern Commentary...)

 

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DICONO DI NOI  4 

"Mosaico", bollettino on line della Comunità Ebraica di Milano ha appena pubblicato questa intervista al presidente di Lev Chadash, con un'interessante scheda sull'ebraismo riformato in Israele

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- tre prese di posizione a sostegno dell'ortodossia, 
- una riflessione di Ugo Volli presidente di Lev Chadash
- cui Piazza ha replicato ancora,
- e un intervento di Bruno di Porto.

E' un dibattito importante, perché esso riempie il vuoto delle istituzioni dell'ebraismo italiano sulle istanze di cui Lev Chadash è il principale portatore in Italia.

Per i lettori interessati pubblichiamo qui di seguito tutto il dossier. Gli ultimi interventi (del nostro past president Aldo Luperini e di Elia boccara) si trovano qui  sul nuovo blog di Piazza.

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